Gli antichi abitanti del Mar Mediterraneo, che ancora non sapevano spiegare scientificamente l’origine di montagne, isole e vulcani, amavano raccontare delle leggende fantastiche dove gli dèi e gli eroi, dotati di poteri sovrannaturali, riuscivano a creare e modificare il paesaggio.

Un popolo in particolare, quello greco, seppe elaborare delle storie, dette “miti”, così belle e appassionanti che si raccontano ancora oggi. Con le loro agili imbarcazioni, i Greci salpavano dalle loro terre, nel mare Egeo, e si recavano alla volta di  altri Paesi lontani.

Affascinati dalle particolarità dei luoghi che visitavano, marinai e mercanti greci, di ritorno in patria, raccontavano le loro fantastiche avventure di viaggio.

Molte di queste storie sono ambientate in Sicilia, una terra che i Greci conoscevano bene per via dei commerci e delle spedizioni che organizzavano verso le coste (specialmente quelle bagnate dal mare Ionio) dell’Italia meridionale.

Sono molto note le vicende che hanno per protagonista Ulisse, sovrano dell’isola di Itaca, che partì con i suoi uomini per combattere una lunga guerra nella lontana città di Troia.
Nel viaggio di ritorno verso casa però, mille disavventure gli fecero perdere più volte la rotta, conducendolo in terre misteriose e abitate da popoli dalle bizzarre abitudini.
Le vicissitudini del suo lungo viaggio di ritorno a casa dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco, viaggio che durò ben dieci anni, è raccontata dal più importante poeta greco dell’antichità, Omero, in un libro intitolato Odissea, che in greco vuol dire “Le avventure di Ulisse”.

Giunto in SiciliaUlisse e i suoi compagni ormeggiarono le loro navi al riparo dell’Isola Lachea e scesero sulla terraferma per cercare provviste da imbarcare nelle stive. Fu allora che videro l’Etna, il grande vulcano al cui interno viveva e lavorava un dio, Efesto, il fabbro degli dèi che forgiava armi e scudi invincibili e, apposta per Zeus, il padre degli dèi, fabbricava i fulmini che questi scagliava sulla terra quando gli umani lo facevano adirare. Al servizio di Efesto lavoravano delle creature mostruose e spaventose, i Ciclopi, alti e forti come giganti e provvisti di un solo occhio posto al centro della fronte. Il più irascibile dei Ciclopi era Polifemo, che si dedicava anche alla pastorizia e possedeva un bel gregge di pecore.

Sfortunatamente gli uomini dell’equipaggio di Ulisse si avventurarono proprio all’interno della grotta dove Polifemo viveva, spinti dal desiderio di fare un po’ di provviste per i lunghi giorni di viaggio che li attendevano. Il Ciclope se ne accorse, arrabbiandosi moltissimo, e uccise due dei compagni di Ulisse, facendo prigionieri tutti gli altri.

La situazione sembrava davvero farsi drammatica, eppure Ulisse non si perse d’animo ed escogitò un tranello per liberarsi dal terribile Ciclope. Disse a Polifemo di chiamarsi “Nessuno”, poi riuscì a far ubriacare il gigante che si addormentò profondamente. Allora Ulisse lo colpì all’occhio con un palo arroventato accecandolo. Polifemo, urlando dal dolore, si mise a cercare a tentoni il gruppo di prigionieri greci per ucciderli tutti, ma riuscì a sentire con le mani soltanto il vello delle sue pecore: gli stranieri sembravano scomparsi nel nulla! Cos’era successo? Ulisse aveva fatto aggrappare i compagni sotto la pancia delle pecore, di modo che Polifemo, al tatto, potesse sentire solo le schiene delle sue amate bestiole.

I greci riuscirono a mettersi in salvo quando Polifemo fece uscire le pecore per il pascolo e scapparono, cercando di arrivare quanto prima sulla riva del mare, dove li attendevano le imbarcazioni ormeggiate. Dietro di loro correva all’inseguimento Polifemo, furibondo e cieco, chiedendo a gran voce che qualcuno lo aiutasse perché, gridava, “Nessuno” lo aveva accecato…
Ma nel frattempo Ulisse e gli altri stavano riuscendo a scappare, salpando in gran fretta e riprendendo il viaggio.
Al colmo dell’ira, il gigante prese tre immensi blocchi di pietra nera e li scagliò contro le navi di Ulisse senza riuscire però a colpirle: conficcandosi nel fondale della baia, i tre massi divennero i faraglioni.
Quello che abbiamo raccontato è un mito, una bella favola cioè inventata dagli antichi.

Oggi sappiamo infatti che i faraglioni ebbero un’origine diversa, come abbiamo già detto, eppure il mito resta interessante perché, attraverso i simboli ci fa capire che i faraglioni sono il prodotto della potenza di un vulcano: Polifemo infatti, che vive e lavora dentro il cratere dell’Etna, ne rappresenta tutta la forza distruttrice.

Ma esiste un’altra leggenda, molto bella e romantica, ambientata sulle sponde del mare di Acitrezza. Si tratta anzi di una storia ancora più antica di quella che riguarda Ulisse, perché al tempo in cui accadde non esistevano ancora né l’Isola Lachea né i faraglioni.

Durante quei tempi leggendari, quando il mare Ionio era abitato da sirene e tritoni, viveva una bellissima ninfa, chiamata Galatea. La fanciulla abitava nelle profondità del mare, ma un giorno, spintasi vicino alla riva, vide un bel giovane, Aci, che pascolava il suo gregge tra i boschetti e le campagne. Tra i due giovani sbocciò una tenera storia d’amore, ma purtroppo di Galatea si era innamorato anche Polifemo (che noi ormai conosciamo bene).

Appena seppe che mai Galatea avrebbe ricambiato i suoi sentimenti perché nel suo cuore c’era posto solo per Aci, il ciclope diede sfogo a tutta la sua gelosia. Pazzo di rabbia, staccò la cima dell’Etna e prese la mira verso Aci, che era sulla riva insieme con la sua adorata Galatea. Il pastorello morì, travolto dall’immenso macigno di pietra, mentre Galatea riuscì a salvarsi. Precipitando in acqua, il masso divenne l’Isola Lachea.

Frattanto, però, il lutto era sceso tra le ninfe del mare, che vedevano Galatea piangere di disperazione per la morte crudele del suo amato Aci.

Allora gli dèi si impietosirono e decisero di trasformare Aci in un torrente che sfociava in mare, mentre Galatea fu trasformata in spuma del mare, così i due innamorati poterono abbracciarsi e restare uniti per l’eternità.

Aci è un nome che si trova spesso nelle località della zona: oltre Acitrezza, ci sono AcicastelloAcireale, Aci San FilippoAci BonaccorsiAci PlataniAcicatena ed Aci Sant’Antonio.

L’origine di questi nomi deriva dal torrente Aci che è realmente esistito, anche se ormai non è più visibile perché un’antica eruzione dell’Etna, con una colata lavica di grande portata, ha coperto il letto del fiume e questo si è ingrottato, cioè ha continuato a scorrere sottoterra.

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