Attività subacquea

Archeosub che passione!

L’archeologia alla portata di tutti con questo ambizioso disegno l’Area Marina Protetta "Isole Ciclopi" ha avviato un intenso programma di ricognizione subacquea dei fondali, realizzando un affascinante sentiero sottomarino, di grande interesse e di semplicissima individuazione, che i sommozzatori potranno percorrere accompagnati dalle guide subacquee appositamente incaricate dall’A.M.P.

Tanta dovizia di reperti nelle acque della Riviera dei Ciclopi non è casuale sin dall’antichità la costa ionica è stata solcata da cospicui e costanti traffici commerciali. La Sicilia situata, infatti, lungo le principali rotte marittime dell’antichità (determinate dalla direzione dei venti dominanti) costituiva uno "scalo naturale" e in breve tempo rappresentò un punto nevralgico per gli intensi scambi marittimi dell’intero Mediterraneo.

Unitamente alle grandi vie marittime non mancavano piccole rotte infraisolane, le quali non solo costituivano il vitalissimo circuito in grado di rifornire la maggior parte delle comunità (la navigazione, infatti, era spesso l’unico modo per trasportare i grossi carichi), ma anzi dalla caduta dell’Impero romano aumentarono la propria importanza col passare del tempo, fino a costituire l’unica rilevante forma di scambio in Sicilia.

I percorsi di cabotaggio costiero trovavano infatti coincidenza nei porti di scalo, da cui partivano le "trazzere" dirette verso l’entroterra. Ma torniamo ai nostri fondali.

In particolare quelli di Acicastello, Acitrezza e Capo Molini hanno restituito un’ingente mole di reperti di epoche diverse, fornendo, fin dagli anni Sessanta importanti contributi agli studi archeologici.

La baia di Acitrezza con la sua stupefacente quantità di reperti, dev’essere stata fin dai tempi più remoti un frequentato punto di imbarco e di approdo, complice la presenza di colossali frangiflutti naturali quali i faraglioni e l’Isola Lachea.

Le tipologie di attrezzi giunte fino a noi (ceppi di ancore in piombo e in pietra) non smentiscono, ma anzi confermano, tale ricostruzione che, con il ritrovamento avvenuto nel 1975, ha ricevuto la consacrazione definitiva. In quell’occasione infatti, su un fondale di dodici metri di profondità fra l’Isola Lachea e il porto, sono tornati alla luce numerosi frammenti di anfore di varia provenienza, dalla Spagna all’Egitto, dall’Africa alla Magna Grecia alla stessa Sicilia, databili dal I al VII secolo d.C.


Il lungo arco temporale in cui sono databili i materiali rinvenuti, nonché la diversa natura dei carichi imbarcati (vino, salsa di pesce), hanno fornito preziose indicazioni circa il livello degli scambi commerciali nella Sicilia imperiale e altomedievale. Il mare di Acicastello non è stato da meno, restituendo un gruppo di anfore di diversa collocazione cronologica, che va dall’età arcaica a quella tardo repubblicana, che oggi possono essere ammirate nel Museo Civico della cittadina.

A Capo Molini, e nella sua baia, è stata individuata invece un’antica, importante area portuale, oggetto di studi e considerazioni dottrinarie già da parte degli antiquari del Cinque e Seicento.

Le testimonianze raccolte sulla terraferma, dove sono conservate tracce di insediamenti abitativi d’età preistorica, fanno da interessante pendant alle campagne di ricognizione subacquea intraprese dall’Università degli Studi di Catania che dal 1995 ha varato un intenso calendario di studi analitici sui fondali, delimitando un’area sottomarina dove è stato posizionato un reticolo a maglie strette per riconoscere e documentare eventuali nuovi rinvenimenti.

Sono stati inventariati e catalogati tutti i materiali rinvenuti, quindi sono stati riportati in una nuova topografia generale della zona, contestualmente realizzata. Il rilevamento fotografico completo dei reperti, effettuato direttamente in immersione, ha completato la documentazione grazie alla quale è oggi possibile tracciare un quadro storico ed economico di dettaglio.

Risalgono al IV secolo a.C. e poi ad un periodo compreso tra la fine del sec. II a.C e il I d.C., alcune anfore vinarie italiche e magno-greche, mentre dalle coste mediterranee, dallo stesso periodo e fino al sec. VII, sono giunti nel porto di Capo Molini carichi di vino, olio, salsa di pesce. Punti di partenza, le coste iberiche, cretesi, egee, africane, palestinesi, egiziane e tunisine.

Al Medioevo e al Rinascimento si riferiscono diversi esemplari di ceramica da fuoco e invetriata, mentre è probabilmente quanto resta di un naufragio avvenuto alla fine dell’Ottocento quel "misterioso" rinvenimento di pipe napoletane in terracotta e pentolame, concentrato tutto in un’area ben precisa e ristretta.

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